IRENE
scritto e diretto da Mario Gelardi con Imma Villa, Peppe Miale, e Giuseppe Miale di Mauro.
Con il patrocinio A.I.D.O., Associazione italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule Onlus, ANED Associazione nazionale Emodializzati.

Per un malato ai reni, il trapianto rappresenta la soluzione definitiva, la possibilità di tornare a vivere una vita normale. La situazione dei trapianti in Italia è particolarmente critica, nonostante le ultime leggi e il tentativo di sensibilizzazione dellopinione pubblica. La cosa che rende atipico il trapianto di rene, rispetto a quello di altri organi, è la possibilità di farlo da un donatore vivente, di solito un parente. Una responsabilità, questa, che non tutti sono preparati ad affrontare.
Il rapporto tra fratelli è qualcosa di decisamente unico, che sfugge agli schemi. I fratelli non sono semplici parenti, ma nemmeno semplici amici. Condividono lo stesso sangue, lo stesso DNA, gli stessi genitori.
La storia di questi tre fratelli parte dal ricominciare.
Paolo è il fratello maggiore, Anna quella di mezzo, e poi cè Marco.
Marco consuma la sua vita esiliato sotto il cielo basso di Milano. Tra un bicchiere di whisky e laltro cerca di dimenticare un ristorante, il suo ristorante. Quello in cui è cresciuto, quello in cui è diventato un uomo, quello che ha diviso per anni con Paolo e Anna. Quello da cui è andato via, non per sua volontà. Il bicchiere della staffa, per dimenticare una famiglia, per dimenticare chi lo ha lasciato andare via. Anna ha fallito nel suo tentativo di tenere uniti i fratelli. Lei, con il suo senso della famiglia e il suo cercare sempre di non prendere posizioni, ci ha provato, ma non è sicura di averlo fatto fino in fondo. Con la morte nel cuore ha venduto il loro ristorante, ma solo per una buona causa, solo per il dovere di sorella, solo per amore di quella famiglia che sogna di nuovo unita. Ora è arrivato per Anna il momento di prendere posizione, di chiamare Marco. Perché è lui lunico che può tentare di realizzare ancora il suo sogno. Paolo è attaccato ad una macchina. Una macchina vitale, purificatrice, per il suo sangue malandato. E quando da quella macchina si stacca che comincia il vero inferno. Linferno di una vita che non si può vivere. E in lista dattesa, come tante altre milioni di persone. Nell attesa di un rene che gli permetta di tornare ad essere un uomo, Paolo sopravvive.
Paolo, Anna e Marco. Di nuovo insieme. Ci sono certe cose che azzerano tutto!
Proprio tutto?
IRENE:
Il nome ha origine greca e significa "pace". Irene infatti era la dea della pace nella mitologia greca.
Una storia del nostro tempo. Uno scottante tema sociale: la condizione di chi vive in dialisi, in attesa di un trapianto. Gelardi, autore e regista, ha voluto raccontare come vive chi sta male, come cambia il carattere e il rapporto con gli altri, come si crede che gli altri debbano sentirsi e comportarsi. Ma il lavoro, ben documentato, non vuole essere didascalico e l'analisi uomo-malattia prende corpo con autonomia scenica, non priva di notazioni psicologiche e anche di più leggeri umori, nell'interpretazione di Imma Villa, Peppe Miale e Giuseppe Miale Di Mauro. Nell'impianto di Luigi Ferrigno, ripartito da teli che definiscono gli spazi in interni-esterni, il lavoro procede per stacchi, come una sceneggiatura. Ai dialoghi si alterna il monologare «a parte», che mette a nudo i pensieri intimi. Episodi che ritrovano compattezza nella bella resa degli interpreti, in un confronto ruvido che a tratti si anima di umorosi risvolti, come tante volte accade anche in momenti drammatici. E con un finale inatteso, legato al nome che dà il titolo alla pièce, ulteriore riflessione sulla possibilità di vita che ti può donare la morte di un'altra persona.
(Il Mattino - Franco de Ciuceis)
La scrittura nervosa e ben segmentata di Mario Gelardi schiude la porta di un interno domestico quel tanto che basta a far intravedere fragilità e incomprensioni accumulate negli anni. Rapido spettacolo di bellequilibrio e ricco di sfumature.
(La Repubblica Giulio Baffi)
Il lavoro ha il merito di non scivolare mai nel puro didascalismo cronacistica, né di trasformarsi in unennesima giaculatoria sui disservizi del sistema sanitario. Percorre piuttosto, in chiave del tutto teatrale, e quindi godibile, le implicazioni familiari e psicologiche che la dialisi di Paolo scatena alla notizia dellinevitabile trapianto.
Gelardi ha inanellato lo sviluppo dei fatti, con intrinseca ed avvincente qualità di thriller. Lallestimento deve molto anche allinterpretazione dei tre attori in scena: il già sperimentato Poppe Miale che offre al personaggio di Paolo registri variegati fra la rabbia cupa della vittima predestinata e limprovvisa giovialità dellumano attaccamento alla vita; Imma Villa, conferma anche in questo testo la sua assoluta camaleontica maturità di attrice, Giuseppe Miale di Mauro sorprende col personaggio di marco, per la grande credibilità che regala ai suoi modi giovanilmnente impulsivi.
(Corriere del Mezzogiorno Stefano De Stefano)
Drammatica, attuale, sostenuta da una scrittura agile e godibile, ben portata in scena dallaffiatato trio Miale, Villa, Di Mauro, la nuova commedia di Mario Gelardi convince e piace come la sua voglia di allontanarsi velocemente dai soliti obsoleti schemi di un teatro incapace di guardare in faccia alla realtà.
(Cronache di Napoli Giuseppe Giorgio)
Il teatro strumento di riflessione. Momento utile per guardare in faccia la fragilità umana. () Gli attori Imma vIlla. Giuseppe Miale di Mauro e Peppe Miale, si propongono al pubblico con una interpretazione sentita, capace di evidenziare i chiaroscuri propri di una condizione tuttaltro che semplice, quale quella di un malato cronico. Potrebbe essere facile far leva esclusivamente sullemotività. E invece no. A colpire è lestrema dignità con cui viene raccontato un lungo calvario. Arriva dritto al cuore dello spettatore questo testo intriso di sentimenti. (Napolipiù-Monica Fabaro)
Una regia asciutta che senza insistere sul pedale della commozione emoziona ed appassiona. Una messinscena intimista dove si è voluta focalizzare lattenzione sulle emozioni suscitate dagli attori. Sul palco tre volti noti della scena napoletana, che con rigore e intensità hanno dato corpo e voce ai personaggi. Febbrile ed Intensa Imma Villa. Perfetti Peppe Miale e Giuseppe Miale di Mauro, il primo smarrito dalla malattia, il secondo confuso ed arrabbiato. (Roma Monica Costa)